In questo articolo ti racconto come scegliere un libro da leggere, almeno come faccio io. Perché uso la biblioteca prima di acquistare e cosa mi insegna questa abitudine fatta di attenzione, cura e filtri.
Devi sapere che la mia lista di libri non letti è quasi vuota.
Lo dico con una certa cautela, perché nella cultura dei lettori questa frase rischia di sembrare una confessione un po’ triste.
Un po’ da perfettino.
Forse è un riflesso della mia personalità.
Ci sono persone che hanno pile di libri sul comodino – letti o non letti, chissà – altre che hanno librerie piene di titoli ancora intatti. Altre ancora comprano cinque libri per festeggiare di averne finito uno.
Li capisco.
E non sono qui a puntare il dito contro nessuno. Ben venga l’acquisto di libri.
Anzi, in parte invidio queste persone.
C’è sempre qualcosa di bello negli scaffali pieni, nei comodini che traboccano di libri, nei ripiani di bei volumi che aspettano soltanto di essere presi in mano. Nella sensazione di poter scegliere, in una sera qualsiasi, quale mondo aprire.
Io, invece, non riesco a comprare libri in quel modo.
Quando acquisto un libro, quasi sempre so già che inizierò a leggerlo subito. O molto presto. Non lo compro per metterlo in attesa. Non lo compro per tranquillizzarmi al pensiero di averlo lì, pronto, come una scatoletta di tonno in dispensa.
Lo compro perché ho deciso di entrare nel suo mondo.
E se ho ancora qualche dubbio, prima lo cerco in biblioteca.
Come scegliere un libro: perché non voglio una libreria di buone intenzioni
Ogni tanto guardo gli scaffali di casa e penso che la libreria racconti una cosa molto precisa: che cosa ci piace leggere.
Ma racconta anche altro.
Racconta che cosa abbiamo scelto di tenere vicino.
Siamo anche quello che leggiamo.
Ci sono libri letti anni fa che non apro più, eppure non riesco a separarmene. Non perché siano capolavori. Alcuni, probabilmente, non lo sono affatto. Ma sono rimasti attaccati a un passaggio della mia vita, a una domanda, a un periodo in cui avevo bisogno proprio di quelle pagine.
Poi ci sono libri che, sulla carta, avrebbero dovuto essere perfetti per me.
Titolo interessante. Tema giusto. Quarta di copertina scritta bene. Recensioni entusiaste. Magari consigliati da una persona di cui mi fido.
Eppure niente.
Li apro. Leggo qualche pagina. Aspetto che succeda qualcosa.
Niente.
È una sensazione difficile da spiegare senza sembrare snob. Un libro non deve conquistarmi in dieci righe, intrattenermi a tutti i costi o fare il giocoliere con le idee per evitare che mi distragga.
Però devo sentire che c’è una voce.
Un pensiero.
Una direzione.
Devo sentire che quel libro ha qualcosa da chiedermi, oltre a qualcosa da dirmi.
Per questo faccio fatica ad acquistare in anticipo.
Un libro comprato e lasciato chiuso, per me, diventa spesso una piccola promessa sospesa. Nessuna tragedia, intendiamoci. Non mi sveglio di notte inseguito da un saggio di neuroscienze ancora incellophanato.
Però so che quella pila, se cresce troppo, può diventare quasi patologica.
Un rumore silenzioso che aumenta gradualmente.
Ogni dorso mi ricorda una versione di me che aveva tempo, energia, concentrazione e intenzioni impeccabili.
Una creatura mitologica.
Come scegliere un libro: il mio metodo
Il mio metodo è che non ho un metodo. Almeno, non un sistema rigido e iper-strutturato come vedo fare a tanti book influencer o bookstagrammer da seguire.
Non tengo fogli Excel con punteggi, formule, note e semafori. Sarebbe anche fantastico, ma semplicemente non è da me. Per me, trasformare ogni scelta di lettura in un processo troppo perfetto finirebbe per farla assomigliare a un lavoro.
Col tempo, mi stuferei.
Credo di essere già abbastanza rigido con questa formula:
un libro = una lettura = niente nuovi acquisti.
Detto questo, alcune domande me le pongo sempre. Sono un filtro quasi automatico.
Quando incontro un titolo che mi incuriosisce, provo a capire:
- Quale domanda mi sta facendo venire?
- Mi interessa davvero il tema o mi ha colpito soltanto perché lo vedo ovunque?
- In questo momento ho lo spazio mentale per leggerlo?
- Mi sembra un libro che aggiunge qualcosa al mio sguardo oppure promette soluzioni già pronte?
- Vorrei leggerlo fino in fondo, oppure mi serve soltanto per fare bella figura nella mia libreria?
Quest’ultima domanda è quella più schietta, spalle al muro.
Perché comprare un libro può farci sentire subito un po’ più vicini alla persona che vorremmo diventare – come spiega anche Andrea Giuliodori in La Svolta. Compro un libro sulla creatività e mi sento già più creativo. Ne prendo uno sulla concentrazione e, per qualche minuto, mi pare di avere una mente ordinata, lucida, finalmente capace di non aprire altre diciotto schede mentre cerco di lavorare.
Poi il libro resta lì.
E la mente continua a fare quello che sa fare meglio: correre da una parte all’altra, cercare stimoli, confondere il desiderio di sapere con il desiderio di sentirsi persone che sanno.
Succede a tutti. Anche a me, sicuramente.
La biblioteca come banco di prova
Quando sono indeciso vado in biblioteca.
Mi piace la biblioteca perché toglie peso alla scelta.
Posso prendere un libro in prestito senza trasformare ogni copertina in un piccolo investimento emotivo. Posso iniziarlo, lasciarlo, riprenderlo. Posso scoprire che mi sono fatto un’idea sbagliata. Posso capire che un autore celebrato da tutti, almeno per me, in questo momento, non funziona.
E non succede niente.
Anzi, succede una cosa utile: smetto di dover difendere la mia scelta.
Quando spendiamo dei soldi per un libro, a volte scatta un meccanismo curioso. Ci sembra di doverlo finire per forza. Di doverlo apprezzare. Di dover trovare almeno un motivo per cui sia valsa la pena comprarlo.
Come se interrompere una lettura fosse una sconfitta.
Io non la vedo così.
Un libro può essere valido e arrivare nel momento sbagliato. Può avere idee importanti, ma una voce con cui non riusciamo a entrare in relazione. Può essere distante da quello che stiamo cercando, anche quando non sappiamo ancora bene che cosa stiamo cercando.
La biblioteca, da questo punto di vista, è un posto onesto: non mi chiede di possedere, mi permette di incontrare.
Prendo un libro. Lo porto a casa. Lo apro sul divano, alla scrivania, quando mi sveglio. Lo lascio entrare nella mia giornata per qualche pagina.
E intanto osservo se resta.
Comprare un libro dopo averlo letto? Per me è sì.
Capita.
A volte un libro preso in prestito mi convince così tanto che, una volta terminato, lo acquisto.
Qualcuno potrebbe pensare: “Ma allora perché non comprarlo subito?”
Perché acquistarlo dopo ha un significato diverso.
A quel punto non sto comprando un titolo promettente. Sto scegliendo di dare un posto nella mia libreria a un libro che ha già fatto qualcosa dentro di me.
Magari voglio rileggerlo.
Magari voglio sottolinearlo con calma, tornare su alcuni passaggi, tenerlo a portata di mano quando una certa domanda tornerà a bussare.
Magari voglio prestarlo a qualcuno.
Oppure voglio semplicemente vederlo lì, perché mi ricorda un’idea che non vorrei perdere.
In quei casi, il libro smette di essere un oggetto da acquistare e diventa una presenza rassicurante.
Non è decorazione.
Non è accumulo.
È memoria.
Ci sono libri che, una volta finiti, chiudi e saluti con gratitudine. Hanno fatto il loro lavoro. Ti hanno accompagnato per un tratto, e va bene così.
Poi ci sono quelli che chiudi, ma restano accesi nella testa.
Quelli sì, meritano un posto sullo scaffale.
Leggere non significa accumulare libri
Viviamo in un tempo in cui è facilissimo accumulare oggetti e pensieri.
Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale.
Salviamo articoli che non leggeremo. Mettiamo video tra i preferiti. Scattiamo foto che non guarderemo una volta di più. Apriamo tab nel browser come se dovessimo costruire una nuova Internet in casa. Aggiungiamo libri alla wishlist, corsi ai segnalibri, podcast alla lista “da ascoltare”.
Tutto resta lì.
In attesa di una versione futura di noi stessi che forse arriverà. Più calma. Più disciplinata. Più attenta. Con giornate di quarantotto ore e una capacità di concentrazione da monaco tibetano dopo due caffè.
Il problema non è avere più possibilità.
Il problema è far diventare le possibilità qualcosa che esiste.
La mente non vive bene dentro una stanza piena di richieste aperte. Anche quando quelle richieste sono belle, intelligenti, culturalmente rispettabili. Anche quando hanno la forma rassicurante di una pila di libri.
L’effetto Zeigarnik descrive proprio la tendenza a mantenere attive nella mente una serie di attività interrotte o non concluse. Una lunga lista di libri non letti non è necessariamente un problema, ma può diventare uno sfondo mentale pieno di promesse lasciate a metà.
Ogni libro da leggere contiene una promessa. Ma anche una domanda di attenzione.
L’attenzione, per quanto proviamo a trattarla come una risorsa infinita, ha limiti molto concreti. La mente si stanca. Ci distraiamo. Cambiamo fase della vita. Abbiamo giornate in cui un romanzo ci salva e un saggio ci sembra una parete da scalare senza imbragatura.
Ecco perché preferisco una lista corta.
Chiamatemi pure perfezionista o precisino, per me è responsabilità e presenza.
I libri che meritano di restare
Non credo esista un modo giusto di avere una libreria.
C’è chi ama circondarsi di libri non letti perché quella possibilità lo nutre. C’è chi compra d’impulso, poi si lascia sorprendere mesi dopo da un titolo dimenticato. C’è chi vive la ricerca, l’acquisto e l’accumulo come una parte importante del piacere di leggere.
Va bene così.
Io, però, ho bisogno di un rapporto più diretto.
Quando un libro entra in casa mia, voglio che abbia un destino vicino. Voglio sapere che presto lo aprirò. Voglio potergli dare attenzione senza farlo competere con altri venti titoli che mi guardano dallo scaffale.
Se ho un dubbio, lo cerco in biblioteca.
Se il libro mi prende, lo leggo.
Se mi lascia qualcosa di vero, lo compro.
E lo tengo.
Forse una libreria non racconta quanti libri hanno forgiato la nostra vita. Magari racconta quali libri consideriamo abbastanza importanti da tenere fisicamente con noi. Come un fedele compagno che scegliamo di presentare alla nostra cerchia di amici.


