La distanza che cura di Valeria Locati | Recensione

La distanza che cura di Valeria Locati esplora famiglia, autonomia emotiva e confini: leggi la recensione se senti che le tue scelte portano ancora voci antiche.
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Scheda del libro:
La distanza che cura

Indice della recensione di La distanza che cura

La distanza che cura. Viaggio verso l’indipendenza emotiva dai legami familiari di @unapsicologaincitta, aka, Valeria Locati è arrivato nella mia estate dell’anno scorso così.

Cercavo un libro che provasse a darmi qualche risposta, soprattutto per smettere di evitare una domanda che fa spendere più energia di quanto immaginassi.

Tra luglio e agosto avevo messo in pausa le letture di marketing per Facile Web Marketing e Libri di Marketing. Il marketing continua a piacermi, per carità. Resta il mio “mondo professionale”, lo osservo e lo mastico tutti i giorni. 

Ma in quel periodo sentivo di dover spostare lo sguardo altrove – capita spesso quando torno in Sardegna per le vacanze. Talvolta si tratta di un percorso un pelo doloroso e frustrante: le relazioni familiari.

Perché prima o poi i nodi arrivano al pettine e quando arrivano non si presentano con un cartello luminoso lampeggiante “Attenzione! Qui c’è un nodo familiare irrisolto”.

Si infilano nelle scelte.

Nel lavoro che facciamo (o non facciamo). Nelle persone che scegliamo. Nel bisogno di spiegare il nostro percorso esistenziale. Nella paura di deludere. Nella sensazione quasi infantile di dover ancora ottenere approvazione – che, razionalmente, dovremmo aver smesso di inseguire quando inizia l’età adulta.

Ho trovato questo libro tra i suggerimenti di @linus_dj. e il titolo è stato come una calamita. Poi le prime pagine mi hanno definitivamente agganciato.

Andando avanti ho avuto una sensazione molto chiara: stavo leggendo il libro che cercavo da tempo, anche se non avrei saputo formulare bene la domanda.

In La distanza che cura la famiglia è protagonista

Una delle intuizioni più forti di La distanza che cura è semplice da capire ma molto meno semplice da attraversare: diventare adulti non coincide automaticamente con l’essere autonomi.

A volte passano gli anni, puoi avere un lavoro, una casa, una relazione, un conto in banca da guardare con moderata preoccupazione il giorno prima delle scadenze. Eppure resti legato a un sistema familiare in cui alcune scelte sembrano ancora dover passare da un tribunale invisibile.

Valeria Locati, psicologa e psicoterapeuta della famiglia, ragiona proprio attorno a questo passaggio: come affermare la propria identità senza vivere ogni gesto di autonomia come un tradimento delle origini.

Il libro attraversa tre territori che, per molti adulti, si rivelano molto meno privati di quanto sembrino:

  • la scelta del partner;
  • l’indipendenza economica;
  • la realizzazione professionale.
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Sulla carta territori adulti. Ma basta avvicinarsi un po’ per scoprire quante voci del passato continuino a parlare attraverso di noi. 

  • Cosa significa avere successo. 
  • Che lavoro sarebbe “giusto”. 
  • Che persona sarebbe “adatta”. 
  • Quanto sia lecito cambiare direzione. 
  • Quanto spazio sia possibile prendere senza essere accusati – apertamente o soltanto nella propria testa – di egoismo, ingratitudine o menefreghismo.

La famiglia non deve per forza essere apertamente invadente per pesare, a volte pesa proprio perché è amore.

Un amore imperfetto, condizionato, impacciato. Un amore che fa quello che può con gli strumenti che ha. Ma anche un amore che rischia di confondere il legame con il possesso, il consiglio con la direzione, la protezione con il controllo.

E questo è uno dei punti in cui il libro mi è sembrato più utile: non cerca il colpevole perfetto.

Non trasforma automaticamente i genitori in antagonisti e i figli in vittime pure. Sarebbe comodo. Sarebbe pulito. Sarebbe anche, nella maggior parte dei casi, troppo povero per spiegare una famiglia.

La distanza che cura e la distanza presente

La formula centrale del libro è anche quella che gli dà il titolo: per stare bene, come singoli e come famiglia, bisogna trovare una distanza.

Non una fuga.

Non uno strappo.

Una distanza presente.

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Valeria Locati la descrive come la possibilità di fare un passo indietro per mettere a fuoco ciò che altrimenti, stando troppo dentro la relazione, diventa indistinguibile. Ma quel passo indietro non richiede per forza di andarsene, chiudere tutto o costruire una parete invalicabile.

Serve a vedere. A riconoscere il sistema di relazioni in cui siamo cresciuti. Capire che cosa ci ha dato e che cosa continuiamo a pagare. Serve ad accettare che spesso i genitori amano i figli nel modo in cui riescono, non necessariamente nel modo in cui i figli avrebbero avuto bisogno di essere amati.

È una frase che può far bene e male nello stesso punto.

Perché significa rinunciare a una fantasia molto resistente: quella che, prima o poi, gli altri capiranno tutto, cambieranno tutto, ripareranno tutto. E finalmente ci daranno ciò che abbiamo continuato a cercare.

Crescere, in certi casi, passa anche da qui: smettere di rincorrere ciò che le persone che abbiamo davanti non sanno dare.

Non per assolverle da ogni responsabilità, ma smettere di attribuire a quella mancanza il potere di definire chi siamo.

Il libro insiste su una distinzione importante: svincolarsi non equivale a rifiutare. Creare confini non coincide con scomparire. Essere adulti non richiede di negare la propria storia, ma di smettere di abitarla come se fosse l’unica stanza possibile.

Una distanza presente, appunto. Quella in cui l’amore può respirare, invece di soffocare.

Il genogramma familiare ne La distanza che cura

Fra le cose che mi sono rimaste di più c’è il genogramma familiare.

Non confondiamolo con albero genealogico. È una mappa relazionale: uno strumento che permette di osservare, almeno su tre generazioni, legami, eventi, ruoli, conflitti, alleanze, silenzi, separazioni, perdite e ripetizioni. Serve a rendere visibile una storia familiare che spesso sentiamo addosso senza aver mai imparato a guardarla davvero.

Detto così può sembrare un esercizio da terapia.

In realtà, mentre leggevo, mi è apparso soprattutto come un modo per dare forma a qualcosa di sfuggente. Per capire che certe reazioni non cominciano da noi. Certi silenzi non sono nati con noi. Certe paure non sono state inventate dalla nostra generazione.

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Siamo frammenti di vite altrui. Che ci piaccia o meno, portiamo usi, costumi, convinzioni, ferite, gesti, modi di amare e modi di non parlare nati in altre vite. A volte ereditiamo persino le soluzioni trovate da chi è venuto prima di noi per sopravvivere a un contesto che non esiste più.

Il problema è che le strategie familiari, quando diventano automatiche, continuano a funzionare come un software aggiornato l’ultima volta nel 1987.

Il PC si accende lo stesso ma nel frattempo il mondo è cambiato, noi siamo cambiati, e forse il sistema operativo è più adatto alla realtà che viviamo.

Il genogramma familiare non serve è un tribunale inquisitore delle generazioni passate, serve a far emergere i pattern: ciò che si ripete, ciò che passa di mano, ciò che nessuno dice ma tutti sembrano conoscere. Così che quando una cosa diventa visibile, smette almeno in parte di tirare i fili dei comportamenti da dietro le quinte.

Le domande ficcanti che ho trovato in La distanza che cura

La distanza che cura non è un libro da leggere per sentirsi confermare che va tutto bene.

È un libro che chiede di fermarsi.

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Di rispondere, magari con un po’ di fastidio, a domande molto concrete come:

  • Il partner che hai scelto somiglia all’idea di coppia che hai ricevuto nella tua famiglia?
  • Quanto conta ancora, per te, l’approvazione dei tuoi genitori?
  • Quanto racconti loro delle tue scelte per condivisione e quanto per bisogno di autorizzazione?
  • Che cosa succede dentro di te quando una decisione importante non riceve il benestare che speravi?
  • Il lavoro che desideri è davvero tuo o è una trattativa aperta con aspettative più antiche?
  • Quali miti familiari continui a rispettare senza chiederti se ti rappresentino ancora?

Sono domande che Valeria Locati porta spesso sul piano della coppia, del denaro e del lavoro. Tre pilastri decisivi della vita adulta, proprio perché lì la famiglia tende ad apparire con maggiore forza.

  1. Nella scelta della persona da amare.
  2. Nel rapporto con la stabilità economica.
  3. Nella definizione di ciò che consideriamo un lavoro degno, sicuro, rispettabile, normale.

L’osservazione di Valeria Locati è interessante: lo scontro tra generazioni non nasce soltanto dalla superficialità o dall’ingratitudine che alcuni adulti attribuiscono ai più giovani. Spesso nasce da condizioni sociali, economiche e culturali che sono cambiate davvero.

Chiedere oggi la stessa obbedienza, la stessa linearità e la stessa disponibilità al sacrificio richieste trent’anni fa è un po’ come insistere nell’inserire una videocassetta dentro un lettore dvd.

Può darsi che la videocassetta sia integra e perfettamente funzionante ma il dispositivo che serve a riprodurla non esiste più.

La distanza che cura: un libro utile ma non taumaturgico

Il merito più grande di La distanza che cura è la sua accessibilità.

Valeria Locati scrive in modo chiaro, concreto, mai volutamente tecnico. Alterna riflessioni, casi clinici, riferimenti narrativi e domande rivolte direttamente al lettore. Il risultato è un testo che non pretende di fare terapia al posto della terapia, ma offre parole e coordinate a chi sente di avere qualcosa da osservare nei propri legami familiari.

Attenzione però. La distanza che cura può aiutare a mettere a fuoco, può dare voce a una confusione, può mostrare che certi nodi sono comuni, leggibili, attraversabili. Ma non risolve le relazioni al posto nostro – come è giusto che sia.

Ogni famiglia ha il suo lessico, i suoi vuoti, le sue regole mai scritte. C’è chi ha bisogno di avvicinarsi. Chi ha bisogno di allontanarsi. Chi deve smettere di spiegarsi continuamente. Chi deve imparare a dire una cosa semplice e tremenda: “Questa scelta riguarda me”.

Non c’è una distanza standard. Non c’è una misura universale, una quantità esatta di telefonate, chilometri, confidenze o pranzi domenicali che garantisca l’indipendenza emotiva.

C’è una domanda da farsi con onestà: questa relazione mi permette di essere una persona intera o mi chiede ancora di essere una versione addomesticata di me stesso?

A chi consiglio La distanza che cura

La distanza che cura dovrebbe essere letto da tutti quelli che sentono che la propria famiglia continua a entrare nelle decisioni adulte, anche senza entrare fisicamente nella stanza.

A chi vive un rapporto faticoso con il consenso degli altri.

A chi si riconosce nel bisogno di giustificare, raccontare, mediare, rassicurare. A chi ha intuito che la rabbia verso i genitori può nascondere una richiesta d’amore rimasta ferma troppo a lungo. A chi vuole capire da dove arrivano certe dinamiche di coppia, lavoro e denaro.

Ma lo consiglierei anche a chi pensa di non avere “grandi problemi familiari”, perché molte dinamiche non esplodono in mano come una bomba. In certi casi si sedimentano come dei fossili.

E un giorno le ritroviamo nella vita che stiamo costruendo come un reperto archeologico, con il sospetto che alcuni muri della casa siano stati tirati su prima ancora che arrivassimo noi.

Cosa mi resta de La distanza che cura

Ho letto questo libro per provare a usare la lettura come uno strumento, come faccio sempre. Per chiarire alcune situazioni personali, senza aspettarmi formule definitive e senza voler trasformare questa recensione in una pubblica confessione.

Il libro di Valeria Locati mi è servito soprattutto a capire meglio che crescere non significa smettere di appartenere. Significa imparare a scegliere come appartenere.

La famiglia è una radice. Può nutrire. Può trattenere. Può sollevare e rompere mattoni, asfalto e pavimenti. Per questo la soluzione non è recidere i fili con gesti teatrali. E non è nemmeno restare immobili, confondendo la lealtà con la rinuncia a sé.

La distanza che cura è quel piccolo spazio da cui finalmente riesci a vedere il filo e decidere dove portarlo.

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